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Struttura urbanistica della cittadina

SIGNIFICATI DELL’URBANISTICA DI CITTADUCALE

Cittaducale si offre al primo sguardo del visitatore come un’opera compatta ed armoniosa, caratterizzata da alte torri e da resti di una poderosa cinta muraria, seminascosta dalla fitta vegetazione.

Avvicinandosi progressivamente al suo centro abitato, la vista si arricchisce di nuovi particolari che rivelano la trama merlata delle mura, l’impianto romanico dei campanili, la continuità rettilinea e la proporzione simmetrica degli edifici. II tutto è caratterizzato da un cromatismo che va dal grigio e all’ocra, arricchito da riflessi rosati al tramonto.

Il visitatore viene sorpreso quando, all’ingresso del centro storico, si accinge a percorrere la via principale, lunga e dritta.

Tale via, delimitata lateralmente da case e palazzi, possiede piccole vie affluenti ad intervalli regolari, a cui se ne incrociano altre ancora, ottenendo un disegno geometrico di strade perfettamente parallele a quella principale.

Questo perfetto reticolo, delimitante comparti edilizi equivalenti, si interrompe nella Piazza centrale, dai margini netti e quadrati, per poi proseguire in maniera del tutto analoga oltre la medesima piazza e terminare nel punto in cui la via principale confluisce in Porta Napoli, parte integrante della Torre angioina.

Dinanzi a tanto equilibrio di geometrie e proporzioni sorge spontaneo chiedersi quale sia stato il razionale alla base della realizzazione di un assetto urbanistico tanto bello quanto diverso da quello dei borghi limitrofi, anch’essi ricchi di bellezze storico-artistiche.

Di molteplice natura sono le motivazioni, alcune delle quali riconducibili alla situazione politico-sociale all’epoca della sua fondazione ed altre correlate ad una suggestiva simbologia.

E’ opinione comune fra gli storici che la fondazione di Cittaducale sia da inserirsi in quel particolare fenomeno storico denominato “politica dell’ incastellamento”, che si determinò tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo nei territori di confine tra il Regno di Napoli ed i possedimenti Pontifici.

Accadde infatti che le popolazioni di quelle zone, per lo più distribuite nelle campagne o in piccoli insediamenti, fossero indotte a dar vita ad aggregazioni sociali più ampie e complesse, sotto forma di città-fortezze.

La funzione principale delle città-fortezze era quella di sottrarsi alla tirannide dei signorotti locali, sempre in conflitto fra loro, e di proteggere se stesse da assalti e saccheggi perpetrati dalle città di Rieti e L’Aquila, che miravano ad avere un ruolo egemone nella Valle del Velino.

Questo processo di aggregazione spontanea fu solo una delle fasi della lenta e travagliata trasformazione del sistema feudale in nuove forme di organizzazione politico-sociale. Il medesimo processo fu avallato dalla volontà degli angioini di realizzare fortificazioni sulla linea di confine del Regno, al fine di garantire una più efficiente difesa del loro territorio.

Secondo quanto narra Sebastiano Marchesi nel suo “Compendio Storico di Cittaducale”, il Re Carlo II° d’Angiò, chiamato “lo zoppo”, su delega delle popolazioni limitrofe guidate da Giovanni Di Capaldo e con l’ufficiale Diploma del 15 settembre 1308, dava alle medesime popolazioni il permesso di costruire una nuova città dove potessero trovare rifugio.

In onore del principe ereditario e  Duca di Calabria, Roberto, incaricato di provvedere alla sua realizzazione, la nuova città si sarebbe chiamata Civitas Ducalis.

Si suppone che la realizzazione della cittadina abbia dato, sin dal principio, non pochi problemi al giovane principe. Infatti secondo i piani del Re suo padre, nella nuova città avrebbero dovuto convivere popolazioni dai diversi usi e costumi, provenienti da villaggi dislocati lungo la Valle del Velino o arroccati sui monti circostanti.

Si trattava di piccole e povere comunità, dedite soprattutto all’agricoltura e alla pastorizia, accomunate dalla necessità di unirsi per meglio difendersi, ma che avevano proprie caratteristiche socio-economiche, consuetudini religiose, tradizioni culturali e interessi molto diversi che le portavano spesso a scontrarsi fra loro.

Di tutte queste circostanze si sarebbe dovuto tener conto nella progettazione della nuova città ed individuare soluzioni in grado di consentire ai gruppi di integrarsi pacificamente e di conciliare le loro esigenze con quelle strategico militari .

Ciò che rende particolarmente affascinante la vicenda e lo studio della fondazione di Cittaducale è che la soluzione a tale dilemma fu trovata da un gruppo di architetti, gestiti da Enrico de’ Recuperanti e dallo stesso Roberto d’Angiò, creando un rapporto del tutto nuovo tra città e territorio circostante e facendo ricorso a logiche matematico-geometriche che permisero, come disse il Marchesi, “dopo aver nettato il luogo, di proporzionalmente ripartirlo fra Castelli e Ville”.

Secondo le ricostruzioni degli studiosi di urbanistica, l’intera dinamica progettuale si sviluppò attraverso il progressivo inserimento di tutti i territori dove vivevano i diversi gruppi etnici, ottenendo in questo modo un ideale territorio concentrico.

Dopo molte discussioni, il baricentro di tale circonferenza territoriale fu assegnato al colle di Cerreto Piano, luogo situato in posizione mediana sull’asse di congiungimento tra le località in cui un tempo sorgevano le romane Lista e Cotilia.

L’individuazione del baricentro, oltre a definire il luogo esatto ove la città sarebbe sorta, servì anche per tracciare otto assi, corrispondenti alle gradazioni della rosa dei venti, così da suddividere la tale circonferenza in spicchi uguali. Ogni spicchio corrispondeva grosso modo alla porzione di territorio dove sorgevano le ville abitate da ciascun gruppo destinato a trasferirsi nella nuova città.

Tale scelta architettonico-urbanistica servì anche per definire il perimetro generale, nonché il posizionamento della città e la suddivisione della sua struttura interna in quattro quartieri.

Questi ultimi vennero disposti lungo due degli assi della immaginaria rosa dei venti, tra loro ortogonali; precisamente vennero disposti sull’asse longitudinale Ovest-Est, lungo cui troviamo l’attuale Corso Mazzini e l’allora Via Dritta, e su quello trasversale Sud-Nord, dove si trovano le attuali Via Mantova e Via Trento.

Il baricentro da cui diparte il suddetto sistema di assi è quindi individuabile in Piazza del Popolo, all’incirca dove oggi è collocata la caratteristica fontana ottagonale, le cui facce costituiscono i punti generatori degli otto assi.

Le fasi progettuali della città si prestavano ad una lettura puramente tecnica, ma anche e soprattutto ad una lettura simbolica, poichè il medesimo progetto aveva lo scopo di rappresentare il rapporto fra la nuova città e il territorio circostante e di fondere le vecchie culture con quella ora emergente da Civitas Ducalis.

Particolarmente illuminante in tal senso appare la sistemazione data ai quattro quartieri in cui si suddivide la città, concepita in modo che ognuno di essi fosse orientato verso il territorio di provenienza della popolazione che avrebbe dovuto ospitare.

Ad esempio, il quartiere orientato verso nord-ovest avrebbe accolto le popolazioni originarie dei territori posti in tale direzione; invece, il quartiere orientato verso sud-est avrebbe accolto la comunità  della corrispondente area sud-orientale e così via.

In tal modo, ogni abitante sarebbe stato in condizione di volgere lo sguardo al proprio territorio d’origine dall’attuale quartiere e ciò avrebbe simboleggiato la continuità fra passato e presente ed avrebbe idealmente esaltato un’unità costituita da molteplici identità culturali. Diverse, ma perduranti ed integrate tra loro.

Dalla definizione dello schema di base della nuova città, attraverso una serie di ulteriori sviluppi geometrici, vennero poi ricavate le proporzioni della Piazza centrale, della Torre dell’orologio e del contiguo palazzo, della Torre Angioina e della struttura modulare dei quattro quartieri.

Il dettaglio del progetto previde che questi quartieri fossero strutturati in maniera tale da rappresentare fisicamente il peso politico, economico e sociale di ciascun gruppo.

Per evitare posizioni egemoniche, con la probabilità di conseguenti lotte intestine fra gruppi, e per garantire a ciascuna comunità pari importanza, furono equamente quantificati il numero di corpi di fabbrica e l’estensione per ciascun quartiere.

Fu previsto che ogni quartiere si articolasse su 13 moduli, ciascuno con pari numero di abitazioni, per un totale di 52 moduli riferibili all’intero tessuto urbano.

Da quanto detto si può dedurre come Cittaducale costituisca, sotto il profilo architettonico ed urbanistico, un luogo assolutamente eccezionale che accoglie in sè diverse esperienze costruttive di origine toscane, francesi ed in generale di gusto classico.

In un disegno progettuale del tutto originale, furono fornite funzionali e moderne risposte alla necessità che pratiche sociali, civili, amministrative e religiose si svolgessero in modo ordinato.

La simmetria, il gioco di linee geometriche che definiscono la struttura reticolare della città e la suddivisione del tessuto urbano in quattro quartieri modulari suggeriscono, inoltre, che il progetto cittadino abbia risentito non marginalmente di condizionamenti filosofico-politici.

E’ probabile che la costruzione di Cittaducale costituisca l’anticipazione del pensiero utopistico, largamente sviluppato dalla filosofia e dalle dottrine politiche del XVI secolo.

Tuttavia leggendo “Utopia”, il famoso scritto di Tommaso Moro del medesimo periodo storico in cui si elogia una società ideale, basata su criteri di uguaglianza e giustizia e per questo incentrata su una città-capitale dalle proporzioni e funzionalità perfette, desta curiosità constatare come il modello architettonico immaginato e descritto dall’autore sia per alcuni versi sorprendentemente somigliante a quello di Cittaducale, quasi che costui avesse avuto modo di prenderne visione.

ALBERTO RANALLI

urbanistica di Cittaducale - veduta aerea

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